L’attacco chimico in Siria: Trump e la continuità nella politica estera americana

di Roberto Pucciano http://www.anchoragegroup.org

L’utilizzo di armi chimiche avvenuto in Siria lo scorso 4 aprile ha suscitato forti reazioni internazionali, da parte sia della società civile che dei governi. L’attacco, che ha causato decine di vittime civili in un quartiere sotto il controllo dei ribelli, è stato condotto con gas sarin. Il regime di Bashar al-Assad è stato indicato come responsabile, ed è stato oggetto (assieme alla Russia, suo principale alleato) delle consuete dichiarazioni di condanna. Ma la risposta più decisa, più “spettacolare”, più discussa a livello mediatico e politico è certamente l’attacco missilistico ordinato dal Presidente Trump contro la base aerea del governo siriano dalla quale sarebbero partiti gli aerei che hanno rilasciato il sarin. Molti commentatori hanno visto nell’azione condotta dalle forze militari americane un punto di svolta, se non una rottura da parte dell’amministrazione Trump rispetto alla linea politica più cauta seguita da Obama. Ma è davvero così?

Un punto importante da considerare riguarda l’obiettivo dell’azione voluta da Trump, ovvero (come noto) punire il regime siriano per aver impiegato armi chimiche, per di più contro dei civili; un atto che la precedente amministrazione Obama aveva chiaramente indicato come una “linea rossa” da non oltrepassare. A tal proposito, ci si può interrogare su chi sia realmente responsabile dell’uso del sarin: pare infatti strano che le forze governative, consapevoli del monito di Obama, abbiano deciso di prendere il grosso rischio di utilizzare armi chimiche ed esporsi ad una probabile reazione armata statunitense; specie se si considera che il vantaggio militare ottenuto con l’attacco è pressoché nullo e che negli ultimi mesi la guerra civile stava volgendo sempre più a favore del regime. Ma indipendentemente da chi abbia realmente impiegato il gas, ed accettando la versione “ufficiale” secondo cui le forze di al-Assad sarebbero da incolpare, ciò che conta è la logica di azione-reazione che soggiace all’attacco missilistico ordinato da Trump: il governo siriano ha impiegato armi chimiche contro civili innocenti, pertanto va punito con un’azione militare. Questo ragionamento segue i principi della “linea rossa”, che tuttavia non è stata tracciata da Trump, ma dal suo predecessore. D’altronde, questo non deve sorprendere. Infatti, per la loro natura non discriminatoria, le armi chimiche sono considerate contrarie alle norme del diritto internazionale umanitario, e quindi il loro utilizzo è ritenuto un crimine di guerra. Pertanto gli Stati Uniti, in base ai propri valori democratici ed in quanto principale potenza mondiale garante dell’ordine internazionale, non possono ignorare un atto di tale gravità.

Trump non ha fatto altro che seguire questa linea politica, già tracciata da Obama, ma che si basa sul ruolo e sull’immagine degli Stati Uniti nel mondo; ed è probabile che un altro Presidente avrebbe fatto lo stesso. Dopotutto, nel 2013 lo stesso Obama era stato sul punto di lanciare un’azione militare contro il regime siriano simile a quella ordinata da Trump, proprio in seguito all’impiego di armi chimiche contro la popolazione civile. Alla fine, l’attacco non venne messo in atto in quell’occasione solo perché l’iniziativa diplomatica del Presidente russo Vladimir Putin permise ad Obama (che era comunque restio ad attaccare il regime) di trovare una soluzione alternativa con lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano sotto tutela internazionale.

Nel contesto del conflitto in Siria, questo dimostra che l’attacco missilistico ordinato da Trump non rappresenta quella rottura netta rispetto alla politica di Obama di cui molti media hanno parlato, specie perché si tratta di un atto relativamente limitato in risposta ad un ben specifico evento. Al contrario, l’azione si inserisce perfettamente nella logica della “linea rossa” tracciata dall’ex Presidente; indicando una continuità tra la politica di quest’ultimo e quella di Trump rafforzata dalla chiara condanna espressa proprio dall’attuale Presidente nei confronti di al-Assad, definito un “macellaio”. Ma in un’ottica più ampia, il caso siriano non è che un esempio di tale continuità. Basti pensare ai rapporti con la Russia, dove (nel contesto della bufera mediatico-politica sul ruolo di quest’ultima nelle elezioni americane) i rapporti tra Washington e Mosca che non solo non sono migliorati come si preannunciava, ma sono addirittura peggiorati in seguito alla faccenda dell’attacco chimico in Siria; e dove le due parti restano ancora divise su vari dossier come il Medio Oriente o l’Ucraina. Ancora, nonostante che Trump abbia criticato gli alleati tradizionali degli USA accusandoli di non fare sforzi sufficienti in materia di difesa e di sicurezza e facendo temere un ritiro americano, la sua amministrazione ha poi finito per riaffermare l’impegno nei confronti di alleati tradizionali quali il Giappone, la Corea del Sud o i paesi della NATO. Trump ha finito per inserirsi in una logica di continuità anche riguardo a Taiwan ed alla “politica dell’unica Cina” (secondo la quale gli USA riconoscono l’esistenza di una sola Cina e che Taiwan è parte di essa): dopo alcune dichiarazioni che lasciavano presagire un abbandono di tale linea politica, Trump ha finito per riaffermarla.

Questo non vuol certo dire che non vi siano differenze tra i due Presidenti e che tutto continuerà come prima. In altri settori Trump ha già preso iniziative contrarie a quelle di Obama. Si pensi alle politiche in materia di immigrazione, di sanità, o di energia; mentre, in politica estera, si può fare l’esempio della lotta al cambiamento climatico o la decisione di ritirarsi dal TPP (Trans-Pacific Partnership / Partenariato Trans-Pacifico), l’accordo di libero scambio tra diversi paesi del bacino del Pacifico fortemente supportato da Obama. Tuttavia, il caso siriano e gli altri che sono stati evocati dimostrano che i Presidenti americani, al contrario della percezione comunemente diffusa, non sono onnipotenti e liberi di fare ciò che vogliono; al contrario, sono fortemente vincolati dall’operato dei loro predecessori, dalla geopolitica e da tanti altri fattori come i vincoli giuridici interni ed internazionali, l’opposizione di burocrazie e forze politiche, o ancora l’opinione pubblica. Pertanto, spesso il cambiamento non riguarda tanto “che cosa” fare, ma “come” farlo; e Trump, naturalmente, non è un’eccezione.

%d bloggers like this: